“Caso Libia”. L’Arabia Saudita e sodali lavorano con impegno per : fare schizzare il prezzo del petrolio a 100 dollari al barile, cacciare gli italiani dalla Libia (con l’OK americano), danneggiare l’ENI e l’autonomia energetica dell’Italia. Mentre la benzina alla pompa è già arrivata a due euro al litro. Intanto, i giornali e la politica italiana, si occupano a tempo pieno del “caso Siri”, un sottosegretario leghista “molto caro” a Salvini. Tutta una roba da piangere.

Martedì 23 Aprile 2019 alle ore 14.30 : il prezzo di mercato del barile di  petrolio ha  raggiunto la quotazione di 74,68 dollari. Il valore massimo degli ultimi quattro anni, quando aveva sforato il picco dei  62 dollari. Quindi, l’associazione Donald Trump -Mohammed Bin Salman (Arabia Saudita) “funziona”. Così, il primo obiettivo della “nuova crisi libica” è stato raggiunto.

E per noi automobilisti italiani si è già materializzato il peggio. Mercoledì 24 Aprile ore 14.30 , alla vigilia del ponte del 25 aprile, il prezzo della benzina super o verde alla stazione di servizio si è già impennato, sino a superare in taluni casi anche i 2 euro al litro, come : sull’A1 Milano-Napoli, con  2,041 euro al litro nell’area Lucignano est (Arezzo) ; 2,051 euro al litro ad Arno ovest (Firenze); 2,071 a San Pietro (Napoli); 2,020 San Zenone est (Milano), come ha informato tempestivamente l’Osservatorio carburanti del Mise.

Insomma , le nostre previsioni della settimana scorsa , bollate come presuntuosamente allarmistiche dai soliti noti, si stanno rivelando, addirittura, inferiori a quanto sta accadendo di riflesso alle pompe di benzina. Così, se andranno avanti le nuove sanzioni USA all’Iran ( per il petrolio iraniano)  e salirà di volume l’aggressione americana al Venezuela (che non riesce più a vendere il suo petrolio) , è possibile che molto prima  dell’autunno prossimo il prezzo del barile possa schizzare ai 90/95 dollari. La premessa necessaria per superare (quando gli speculatori stabiliranno “l’ora X”) la famigerata asticella dei 100 dollari. Quotazioni in grado di raddoppiare – da quì ad un anno – i futuri costi dell’apparato industriale ed energetico europeo (escluse Norvegia ed Inghilterra, produttori petroliferi ).

Il dato drammatico e beffardo è che tutte le potenze straniere che pilotano (USA, Arabia Saudita, Qatar), o partecipano (Egitto, Francia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Russia), al confezionamento della crisi libica, comunque, alla fine, ci guadagnano. Sulla pelle dei libici oggi, e su quella degli italiani (e degli europei continentali) domani.

Perché il “secondo” obiettivo degli strateghi della tensione internazionale, a guida Trump-Arabia, è anzitutto “fottere” l’ENI (e di conseguenza triplicare il costo della bolletta energetica dell’Italia, che diventerebbe un Paese ancora molto più “ricattabile”). Portatrice della colpa, imperdonabile, di essere  : 1) una delle compagnie major del mondo, ma indipendente ed italiana, 2) per di più di proprietà dello Stato italiano, invece che una organizzazione soggiogata al “cartello” internazionale anglo-americano e non a maggioranza di azionisti  privati.

Il primo commento sul pericoloso rialzo del prezzo del barile è stato – guarda caso – della sede italiana di J.P. Morgan ( l’unica società finanziaria USA sopravvissuta alla crisi di Wall Street del 1929, ed oggi  mosca nocchiera del più grande conglomerato finanziario mondiale a direzione angloamericano e saudita “BlackRock”) che ha espresso agli investitori internazionali “l’invito  alla calma”, rassicurandoli che la stabilità del mercato finanziario internazionale rimane sotto controllo. Un episodio ed una modalità di comunicazione che mi ha richiamato alla mente quello di  un “noto” Presidente della Corte di Appello di Palermo (sul finire degli anni 70 inizio 80), che in una esternazione ufficiale,  “urbi et orbi”, assicurava che la Mafia come organizzazione non poteva essere mai un problema , perché in realtà si trattava di quattro “scanazzati” ( teppisti ininfluenti) .

Le due fazioni militari che si combattono in Libia, intanto, sono protagonisti di una guerra su procura all’interno del Mondo Arabo. E comunque entrambe si sono ormai costituiti in due sistemi economico-assistenziali sovvenzionati a fondo perduto e a piè di lista. Cosa che permette ad entrambi gli schieramenti libici di campare in qualche modo dignitosamente , nel protrarsi dell’assenza di una effettiva e normale economia produttiva.

La fazione  cirenaica di Haftar ( che non va mai dimenticato rimane un cittadino con passaporto statunitense con residenza in Virginia) spreme soldi – tanti – all’Arabia Saudita ed ai suoi ormai satelliti  Emirati arabi uniti, nonché sfrutta il supporto militare di una sorta di Consorzio virtuale composto da Egiziani, Francesi e Russi.

La fazione tripolina di el Sarraj, pesa economicamente sulle capienti spalle del Qatar (nemico giurato dell’Arabia), più i contributi dell’Eni e dell’ONU, dell’Italia e dell’Unione Europea. Potendo contare sul know-how militare della Turchia e dell’Italia.

Entrambi le fazioni si permettono di utilizzare reparti di “consigliori militari” e di contractors privati. Quelli che funzionano meglio sono quelli pagati (in qualche modo) dall’ENI e dai generosissimi emiri del Qatar, mentre quelli pagati dai francesi e dagli egiziani qualitativamente dal punto di vista militare sono  più scarsi, ed in gran parte non si muovono dal presidiare la zona dell’area Bengasi-Tobruck , a guardia del Governo Haftar e dei piccoli pozzi sotto giurisdizione petrolifera della francese Total.

La disgustosa idea di fondo coloniale e (purtroppo) predominante, che conviene a tutti gli Stati esteri coinvolti (che in questi ultimi tre anni hanno promosso la guerra civile in Libia), è quella di stabilizzare la Nazione in una situazione di “teatro- caos” di tipo Somalo,  per dar corso in futuro ad una frammentazione del paese in tre territori suddivisi per influenza : russo-egiziana in Cirenaica ; francese al Sud in Fezzan; Qatar-Turchia in Tripolitania.  Con l’obiettivo, in futuro, di poter contagiare e sovvertire, pure la Tunisia e l’Algeria. Naturalmente in nome della libertà finanziaria, delle libertà civili e della libertà del Web. Le solite cazzate con cui l’Arabia Saudita  ed il Qatar (con l’aiuto strategico dei francesi e degli inglesi) confezionarono le “primavere arabe”, a favore delle telecamere dei network TV internazionali. “Primavere” che hanno prodotto un contributo di sangue ingente a danno delle popolazioni arabe del Nord-Africa e del Medio Oriente, rinfocolando sulle spalle dei cittadini europei – come  effetto collaterale – le attività del terrorismo islamico .

Ecco il punto. Tutte queste strategie internazionali sul futuro della Libia non contemplano né un avanzamento democratico delle società arabe, né convengono agli interessi concreti dell’Italia. Prefigurando per di più la cessazione di un ruolo dell’ENI in Libia. Per gli italiani sarebbe un disastro epocale (economico, energetico e per la nostra sicurezza nazionale) , posto che sino a poco più di quattro anni fa, l’Italia (e con l’ENI) aveva sulla Libia una influenza predominante quasi monotematica. Era l’unica potenza straniera di cui i libici si fidavano.

Ma dopo 4 anni di insensato stallo, la situazione in Libia si è deteriorata ed ingarbugliata. E adesso cosa può fare l’Italia ?  Il Governo Conte ha fatto e agevolato ciò che ha potuto . Gli italiani hanno, a vario titolo, “amministrato” i denari del Qatar, cogliendo così l’obiettivo concreto di fermare Haftar. Hanno delegato e supportato efficacemente l’intervento militare diretto sul campo a contractor e consiglieri turchi. Si è convinto l’ENI a continuare a tenere la posizione e non gettare la spugna. Ma tutte queste attività, dirette ed indirette, del Governo italiano non costituiscono una politica estera, che ci può aiutare ad affrontare “l’affaire Libia”, o mantenere un ruolo decoroso sulla scena internazionale .  Come il nostro governo, peraltro, ha potuto toccare con mano quando gli americani hanno “esfiltrato” in maniera plateale – a favore di telecamere delle TV – i reparti speciali che (si è scoperto così ufficialmente) mantenevano ancora in Libia dal 2011. Una mossa fatta in questo modo solo per mettere in imbarazzo e spiazzare gli italiani ed i loro diversi contingenti militari presenti in Tripolitania ufficialmente (ed ancora di più ufficiosamente).

Del resto, il povero Di Maio è ancora scosso dal trattamento ruvido subito da Bolton (Consigliere Sicurezza Nazionale USA) alla Casa Bianca, quando nei pochi minuti di colloquio concessi, l’Alto rappresentante dell’Impero, dopo avergli ricordato che l’Italia è un Paese militarmente sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale, che ha firmato un trattato di pace nel 1947 per il quale si esclude la possibilità l’Italia possa essere titolare di una politica estera ed economica autonoma. Insomma, ha concluso l’irato Consigliere di Trump, dovete obbedire ed adeguarvi a ciò che l’Impero ordina. Punto e basta. Mentre accompagnava alla porta il vicepresidente del Consiglio italiano, l’iroso esponente americano/trumpiano ha trovato pure il tempo di impartire due ammonimenti  : riconoscete il nostro golpista venezuelano Guaidò, senza rompere le scatole con le fisime del diritto internazionale, e smettete di comprare petrolio dall’Iran ( anche se economicamente non vi conviene).

Insomma , l’Italia deve decidere : se continuare penosamente a traccheggiare come una piccola provincia dell’Impero, motivata (poco dignitosamente ed in modo ridicolo) a raccogliere le “molliche” che cadono dalle ampie tasche del Qatar, o assumersi “le responsabilità” di “potenza” geopolitica (europea) del Mediterraneo, titolare di una sponda sul Canale di Sicilia.

Come diceva Pirandello : così è se vi pare.

 

 

 

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